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Insinuazioni e rassegnazione, i tarli del nuovo ospedale

Il dibattito sul nuovo ospedale sta mettendo in luce l’esistenza di due approcci e di due visioni della città che vanno al di là della questione ospedale. Per comodità potremmo riassumere questi due approcci antitetici in uno scontro fra una visione razionale e reattiva da una parte e una sfiduciata rassegnazione dall’altra.  

Sembrano tratti solo psicologici, in realtà riflettono lo spirito del tempo in cui viviamo, delle paure che serpeggiano nella società contemporanea che sembra essere finita dentro un processo di inarrestabile declino, che invoca il cambiamento e che ne ha, allo stesso tempo, paura. Rimanda dunque ad un dibattito più vasto che riguarda le sorti dell’Italia, alla sua rinascita e dunque al lavoro fatto di investimenti e fiducia necessari per farla ripartire.
Come in tutti gli scontri in cui una parte scarseggia di argomentazioni razionali, il dibattito rischia di scivolare verso tratti ideologici, e chi si contrappone cerca di delegittimare l’avversario e i suoi argomenti agitando pericoli e maldicenze. Per questo vediamo come da una parte vi siano istituzioni e forze sociali, in primo luogo l’Università e Regione che hanno faticosamente costruito con il Comune un’analisi tecnica e un consenso politico indispensabili per qualsiasi opera e dall’altra chi, non possedendo solidi argomenti troppo spesso si lascia andare a velenose insinuazioni, oppure alza il muro delle difficoltà economiche del momento per motivare la rinuncia a progettare, non avendo un orizzonte ampio della città e dei suoi obiettivi. Senza contare che è davvero singolare che una istituzione costruisca progetti contro anziché confrontarsi progettualmente per.
Non torno sulle molteplici ragioni che hanno indotto la comunità padovana e le sue istituzioni a maturare l’obiettivo del nuovo ospedale a Padova ovest. Ci basta rimandare alla storia della sanità padovana degli ultimi venti anni, alle sue difficoltà organizzative, agli innumerevoli tentativi di realizzare nuove strutture nel sito attuale (ricordo solo la barchetta di Botta), ai cantieri permanenti che interessano l’area senza che si veda una prospettiva.
Mi interessa invece analizzare le ragioni “contro", agitate da qualche forza minore e cresciute nel corso della campagna elettorale. Non va dimenticato che Forza Italia e Lega fino a febbraio lo consideravano un loro fiore all’occhiello, al massimo degno di qualche distinguo sulla localizzazione (unica materia su cui era competente il Comune).
Oggi, al di là degli abborracciati tentativi di costruire una visione alternativa a quella di Regione, Università e Azienda Ospedaliera, costruita mettendo assieme i risentimenti professionali di chi sembra preoccupato di togliersi vecchi sassolini dalle scarpe, gli argomenti “contro” rimangono essenzialmente due: il primo rimanda al pericolo che dietro una grande opera pubblica si nascondano vipere affamate pronte ad una grande abbuffata di tangenti e di favori per i protagonisti, il secondo usa l’argomento delle difficoltà delle finanze pubbliche come monito a riconsiderare tutti gli investimenti previsti.
Il primo argomento è figlio di quanto accaduto nel Veneto e a Venezia dove esponenti di primissimo piano della politica veneta e nazionale, che magari sono stati in sodalizio con alcuni che oggi hanno cambiato idea, sono stati raggiunti da ordini di cattura a seguito del malaffare continuato. E’ certamente giusto nutrire preoccupazioni quanto è doveroso e indispensabile liberare la politica e l’amministrazione da tutti coloro che usano del proprio potere per perseguire l’illecito arricchimento personale. Se dopo quanto accaduto le preoccupazioni sono aumentate, si deve far di tutto per contrastare i delinquenti con tutti gli strumenti possibili. Quello che è sbagliato è rinunciare alle opere perché si ha paura dei ladri. Questo significa arrendersi, possedere una sfiducia totale verso chi ci rappresenta e si ha, magari, appena eletto; una sfiducia che, ancorché giustificata da quanto abbiamo visto (voglio però ricordare che in dieci anni il Comune di Padova e i suoi protagonisti non sono mai stati neanche lontanamente sfiorati da chiacchiere), non può prevalere in una città che possiede forti anticorpi e che ha molteplici strumenti per difendersi.
Insomma ladri in galera e occhi vigili per garantire che le opere vadano avanti senza che i delinquenti si arricchiscano. D’altra parte, non è che il piccolo appalto possa essere considerato immune da pericoli. Se necessario, si assuma il progetto del proponente all’esame della stazione appaltante, e lo si metta in gara. Insomma, la corruzione si vince creando anticorpi e non rinunciando per sfiducia.
Il secondo aspetto riflette un atteggiamento che esiste nel paese, un paese che di fronte alla crisi continuata si chiude in se stesso, ha quasi paura del futuro e non è più in grado di affrontare le sfide che lo aiuteranno a crescere e dunque, a migliorare la condizione delle famiglie e soprattutto le prospettive per i giovani.
Chi pensa che "tanto i soldi non ci sono” (ma se non ci sono per il nuovo ospedale non ci sarebbero nemmeno per la ricostruzione sul vecchio sito) rinuncia a immaginare e a progettare il suo futuro. Solo chi ha un progetto e in virtù della forza che quel progetto possiede e del consenso che può esprimere, sarà in grado di trovare le risorse. Se si rinuncia a priori non si troveranno mai lo Stato o l’Unione Europea disponibili a finanziare progetti che non si possiedono. Senza contare che per la prima volta quest’anno la Regione governata da Zaia ha introdotto un primo stanziamento nella sua legge di bilancio.
Insomma, proprio perché viviamo uno stato di crisi e di incertezza, è indispensabile dotarsi di visioni e di progetti che possano comunicare alla città che esiste una luce in fondo al tunnel. Non si tratta solo di credere e di aver fiducia nella nostra comunità, nella sua capacità di reagire alla crisi, si tratta anche di evitare, come dice il direttore generale dell’azienda, Claudio Dario, che i migliori se ne vadano altrove. E questo non ce lo possiamo proprio permettere.

Ivo Rossi

Padova 5 settembre 2014


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