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Ivo Rossi "Sì, mi candido a rilanciare Padova"

Tratto da "Il Mattino di Padova" del 15/08/2013

Da skipper, sa bene che l’equipaggio della barca conta quanto la rotta. E da ciclista, pedala misurando la gamba in vista del traguardo. Ivo Rossi, classe 1955, risponde sull’onda: «Sì, mi candido a sindaco. Con la certezza di una “squadra” ormai rodata, grazie all’esperienza maturata con Zanonato. E con la volontà di far ripartire Padova oltre le difficoltà della contingenza».

Il raddoppio della linea del tram serve a far viaggiare la nuova città?

«È tutto il Paese che riparte se si investe sulle città come Padova, generatore di sviluppo. La stessa Unione europea sollecita e finanzia “motori urbani”, anche perché oggi è inimmaginabile il finanziamento statale a pioggia, magari clientelista. Dunque, il raddoppio del tram è uno dei progetti in grado di consentire a Padova di pensare in grande, avere un respiro europeo, mettere in circolo risorse non solo economiche anti-crisi».

Ivo Rossi candidato sindaco nel 2014 con quale profilo politico di alleanze?

«Penso che sia utile allargare l’orizzonte e definire una piattaforma di idee e di linee-guida amministrative. Per me, poi, è chiaro che il confronto con tutti va condotto nel merito. Possiamo già contare sulla buona “ossatura” dell’attuale giunta».

Ma le Comunali si intrecciano, inevitabilmente, con la stagione congressuale del Pd.

«Non v’è alcun dubbio che il crinale decisivo sia quello di ricostruire un’idea di Paese. E nel Pd la leadership va di pari passo con la nuova linea politica per l’Italia. Comunqua, a Padova mi pare di registrare una buona convergenza nelle prospettive senza quindi voler riprodurre vecchi meccanismi di schieramento. Forse, ci sarà un po’ di fisiologica tensione congressuale. Ma tutte le precedenti Primarie e assise non hanno mai inficiato l’amministrazione comunale».

Ma qual è, allora, il cambio di passo?

«Il dibattito in città e sulla città è già diverso. Non può più essere figlio dell’epoca della crescita lineare. Cinque anni fa abbiamo organizzato la mostra al San Gaetano con la grande pianta calpestabile. Dava l’idea di Padova che cambiava pelle e si immaginava già ciò che ora prende corpo».

Non più solo pubblico?

«Appunto. Non esiste solo l’attore pubblico. Anzi, nel quadro pubblico è il privato il motore della trasformazione. La mostra Padova, le forme dell’emozione lo dimostrava con le opere delle archistar insieme alla trentina di progetti come il cavalcavia Sarpi, la bretella di Abano, la Torre della Ricerca e tanti altri».

Ma ora la bolla è esplosa e la crisi morde.

«Certo: il mercato immobiliare è in ginocchio con effetti drammatici. Questo ci dice che la trasformazione immobiliare senza capacità di attrarre funzioni si arresta. E dagli Usa arrivano le immagini delle “città arruginite”: 20 anni prima capitali dell’acciaio o dell’auto, ora ne serviranno altrettanti per poter cambiare prospettiva».

Torniamo a Padova: come cambierà il ruolo del Comune nel governo del territorio e dell’economia?

«In un mercato europeo e internazionale sempre più competitivo, le “aziende-città” devono per forza innovarsi per calamitare benessere e tornare a produrre piena occupazione. Significa riorganizzare istituzioni di impianto ottocentesco. Altrove fanno uno sforzo straordinario per concentrare investimenti in non più di 20 città e da noi ci si straccia le vesti se scompaiono le Province. Ma non c’è alternativa: anche nei Comuni bisogna gerarchizzare i sistemi, rompere lo schema della distribuzione a pioggia e reggere la sfida».

In sintesi?

«Smart city è la parola chiave. Sinonimo di intelligenza di processo e di facilità di accesso. Wi-fi, alta sostenibilità ambientale, mobilità efficiente, con i criteri che fanno la differenza».

Insomma, una città davvero metropolitana?

«La Grande Padova va declinata così. È nei fatti la comunità metropolitana con i Comuni della cintura. Con il Pati abbiamo fatto un buon lavoro, ma va detto che sono state messe nel cassetto vecchie controversie. Non possiamo più permettercelo, perché la Gronda Sud è di interesse generale: una ferrovia che gira intorno alla città e si collega con Venezia e Treviso».

Da palazzo Moroni, su cosa scommette nella Padova del prossimo decennio?

«Sui nostri “nodi” nella rete globale. Sono i punti di forza dell’innovazione. Padova fa parte della punta di diamante nella ricerca di Fisica nucleare. Il Bo vanta eccellenze di valore non solo italiano, alla luce delle recenti valutazioni. La scuola padovana di medicina entra nel sistema europeo della salute: da gennaio, il servizio sanitario curerà i padovani e i veneti, ma anche i cittadini degli altri 27 Paesi dell’Ue».

Dunque, bisogna calamitare interesse per Padova al top come una sorta di iniezione di redditività?

«Un decimo di Padova è occupato dalla Zona industriale: manifattura e logistica restano di primo livello. E senza dover costruire ex novo abbiamo la zona nord della Zip da recuperare e trasformare, perché era e sarà il cuore del Nordest».

Altre carte da giocare?

«Il turismo, l’arte, la cultura e perfino il divertimento come hanno dimostrato quest’estate i grandi concerti all’Euganeo. È in questa chiave che abbiamo lavorato all’ipotesi della casa della musica nell’ex Esattoria di piazza Eremitani, fra Giotto e Mantegna. Un tassello del disegno della “nuova porta” con piazzale Boschetti destinato a verde, il nuovo Museo, il san Gaetano, fino al Portello che sta già cambiando con i nuovi edifici dell’Università a ridosso del Parco della Stanga».

In tutta sincerità, a chi pensa mentre governa Padova?

«I nuovi itinerari della città che approda al futuro che merita riguardano soprattutto i giovani. Sono un impressionante serbatoio: talenti che si formano grazie all’Università e che poi non sempre utilizziamo fino in fondo. E penso poi al mondo delle professioni e delle categorie economiche che ogni giorno incrociano le rotte del mondo per alimentare l’economia. Sono “testimoni” di Padova in giro per l’Europa e spesso per altri continenti».

Intanto, Padova ha perso le sue banche...

«Di nuovo: non si possono subire i cambiamenti ineludibili ed accorgersene troppo tardi. Con le due “vecchie” banche Padova era città dal rilevante auto-investimento. Ma è rimasta dentro il confine di un orizzonte superato e, alla fine, chi aveva le azioni ha preferito venderle».

E forse fatica di più con le sue grandi opere?

«Il tram viaggia e si può raddoppiare. Le infrastrutture sono state completate nell’arco dell’ultimo decennio. C’è il centro congressi in Fiera, un altro tassello della nuova identità di Padova, ormai deciso».

Il Grande Raccordo Anulare, invece, sembra impantanato in Regione.

«Ma è un obbiettivo da perseguire. Con il Gra si liberano interi quartieri dalla morsa del traffico: Chiesanuova è alle prese con l’attraversamento di 30 mila veicoli al giorno. Ovvio che bisogna trovare le risorse e che in questa fase è più difficile. Ma ricordo che nemmeno il primo piano urbanistico di Piccinato aveva previsto una tangenziale. L’anello del circuito di 33 chilometri è stato completato nel 2010 dopo trent’anni dalla progettazione».

In compenso, l’offerta culturale padovana ha un ventaglio che regge la qualità di Giotto. Giusto?

«Quest’anno soltanto le mostre di Bembo e De Nittis hanno avuto, al di là del successo straordinario di pubblico, un impatto d’immagine per Padova. È un asset che si traduce in hotel con i turisti, che poi spendono nei negozi e nei ristoranti. Su questo fronte si vedono i risultati del lavoro degli ultimi anni».

Una paziente “cucitura” di interessi, pressioni e altro?

«Da quando l’ho sostituito, mi rendo conto davvero del grande sforzo compiuto in tutti questi anni da Flavio. Spesso Padova è troppo litigiosa. Ma nessuno può più permetterselo: ognuno deve fare un piccolo passo indietro affinché la città intera possa farne uno grande in avanti».

Letta ha scelto più di un sindaco nel suo governo...

«Zanonato ministro è motivo d’orgoglio per Padova. Porta la concretezza di chi sa amministrare, come Delrio e De Luca che testimoniano il salto di qualità dei bravi sindaci».


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