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Padova "è già" 17 Comuni

gazzettino

del 10/09/2011

Il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge costituzionale che cancella le attuali Province, prevedendo al loro posto "forme associative di Comuni per le funzioni di governo di area vasta", sotto il controllo regionale. Alcuni parlano già di "Province regionali", che ben poco differirebbero da quelle attuali. Altri però ricordano esperimenti simili del passato.
«Ci sono effettivamente dei "precedenti" - dice il vicesindaco Ivo Rossi -. Già negli anni Ottanta scaturì un acceso dibattito dalla proposta di Craxi di riorganizzazione degli enti locali: si parlava allora dei "Comuni polvere"».
Però poi anche lei affrontò l’argomento.
«Già nel ’90 con la legge di riforma degli ordinamenti locali erano state indicate le "città metropolitane", non con criteri identificativi, ma proprio citandole una per una: Milano, Roma, Napoli, Bologna, Torino e via dicendo, mi sembra 12 in tutto, compresa Venezia. Nel 1992, come consigliere regionale, presentai una proposta di legge che prevedeva l’introduzione della città metropolitana con la creazione di un sovraorganismo municipale nei Comuni interessati».


Stava già pensando all’abolizione delle Province?
«No, io pensavo alla città futura, cercando di prevedere il bisogno di "massa critica" e di contrasto alla dispersione delle risorse. La città metropolitana poteva essere un sostituto della Provincia, con funzioni diverse, per altro mai poi specificate. Per Venezia si parlava del capoluogo più i comuni limitrofi: in quell’area la Provincia non avrebbe più avuto giurisdizione e si sarebbe inserita l’autorità metropolitana. Nel resto del territorio sarebbe rimasta la Provincia. Con il conseguente problema di fratture amministrative in un tessuto invece omogeneo».
Ma non prevedeva la scomparsa delle municipalità?
«Non sparivano i Comuni, la città metropolitana era un "titolo" sovracomunale».
Come andò?
«Nessuna città metropolitana vide la luce, tranne forse un esperimento più "avanzato", a Bologna».
Per Padova cos’aveva proposto?
«Il presupposto per Padova era la struttura stessa del territorio, dove non c’è separazione fisica se non virtuale fra i diversi territori comunali. Il Comune di Padova ha una superficie di 92 chilometri quadrati, la metà di Verona: immaginavo quindi un processo di riorganizzazione che prevedeva la fusione dei comuni padovani contermini al capoluogo in un’unica grande area, da circa 400 mila abitanti».
A quel punto?
«Presentai la proposta in vari consigli comunali, vi furono ampi dibattiti, ma stop. Ovviamente le resistenze furono elevate, soprattutto nei comuni della cintura urbana: si parlava del pericolo di perdita di cultura, di tradizioni, di specificità...».
Quindi nessuna sinergia?
«Praticamente. Però nel 2003, stavolta in Consiglio comunale a Padova, creammo la "conferenza metropolitana", di cui oggi sono ancora presidente, proprio con Padova e i Comuni limitrofi. La conferenza ha funzionato soprattutto su un grande tema: il Pati. Abbiamo lavorato con le strutture di 17 Comuni, con sindaci e assessori, per più di 130 incontri, e proprio a luglio l’abbiamo chiuso: un unico piano di assetto territoriale intercomunale, di buona qualità. Siamo stati i primi in Italia, per una realtà di oltre 400 mila abitanti».
Le dimensioni della "sua" città metropolitana?
«È vero. A dimostrazione che è faticoso, ma volendo si può».

articolo di di Alberto Beggiolini


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