Franco Cremonese: la DC, dalla maggioranza assoluta al crollo del 1993. Alle radici del regionalismo veneto

Dubcek

Sabato 30 marzo 2019, sarà presentata a Padova, ad un anno dalla scomparsa, una raccolta di riflessioni e ricordi su Franco Cremonese, Presidente della giunta della Regione Veneto dal 1989 al 1992. L'incontro, animato da Enzo Carra, Marco Follini e Bruno Tabacci, si svolgerà presso l'Auditorium del centro culturale Altinate/San Gaetano, alle ore 10. Nella foto l'incontro con Alexander Dubcek avvenuto nel 1991.

Anticipo qui il mio contributo alla raccolta. 

L’avventura politica e umana di Franco Cremonese, collocata a cavallo fra un “solido” mondo antico - che a un giovane consigliere regionale dei Verdi appariva allora una realtà insopportabilmente immobile - e il terremoto politico e umano del 1992, è la storia di una generazione che si è trovata ad essere interprete di una lunga stagione di sviluppo e di crescita del Paese e del Veneto in particolare, e allo stesso tempo del logoramento generato dal suo incontrastato potere. Erano quelli, anni in cui nel Veneto la DC raccoglieva ancora la maggioranza assoluta dei consensi, con la sinistra relegata ad un rispettoso ruolo marginale, e dove i governi di coalizione, con il PSI o gli altri piccoli satelliti, potevano essere derubricati a concessioni liberali, rispondenti più ad esigenze politiche nazionali, che a necessità territoriali.

 

Visto con gli occhi di chi, come me, era un avversario politico, il “sistema” appariva privo di alternative possibili, tutto sembrava ruotare attorno a quel sistema tolemaico che la DC rappresentava, ed anche la dialettica e lo scontro per l’esercizio del governo apparivano confinati al suo interno, compresa la complessità sociale. Anche le sensibilità riconducibili al concetto di destra e sinistra finivano per trovare la loro rappresentazione nelle dinamiche correntizie. Si tratta di una storia che appartiene appieno al Novecento, ad una stagione della politica che dal secondo dopoguerra assegnava alla DC il compito della difesa del campo occidentale minacciato dal comunismo, in cui la libertà da difendere era considerata un valore da perseguire a qualsiasi prezzo, un “prezzo” che all’inizio era considerato naturale prosecuzione della battaglia politica e che diventerà, degenerando progressivamente con il venir meno del pericolo comunista, il germe che porterà alla conclusione di quell’esperienza, sia collettiva, sia, in quel 1992, anche individuale. E molte di quelle storie individuali sono intimamente interne, anche nelle responsabilità degenerate, alla dimensione plurale dei partiti di maggioranza, allora padroni assoluti della scena.

Delineare oggi la figura di Cremonese, senza la necessaria contestualizzazione che aiuti a comprendere, oltre che le dinamiche, soprattutto il clima, il sentire collettivo della maggior parte della popolazione, non aiuterebbe a capire il ruolo dei protagonisti di quelle forze politiche e soprattutto il dopo, quando con il ’92 un mondo sembrò sciogliersi come neve al sole.

Era una stagione in cui agli attori delle formazioni minori, pur nel doveroso rispetto attribuito alla funzione e alle persone, veniva riconosciuto il diritto di tribuna e allo stesso tempo dell’irrilevanza. Con quei numeri la sinistra non toccava quasi mai palla, con l’eccezione del rifugio consociativo a cui il partito maggiore, soprattutto a cavallo fra gli anni ’80 e ’90, ha spesso fatto ricorso per garantire rappresentanza ad una base sociale altrimenti esclusa: concessioni come quelle riservate agli indiani nella riserva. Se rapportato a quello che vediamo oggi, la politica di ieri appare lontana anni luce, ma oserei dire che anche la distanza umana fra i protagonisti delle due stagioni sembra rimandare a diverse dimensioni antropologiche, tanto appariva ovattata e barocca quella di ieri, probabilmente un po’ ammantata di ipocrisia, quanto violenta e programmaticamente brutale quella di oggi, in cui si irride l’avversario, compreso quello interno da rottamare. Il linguaggio stesso, con la sua grammatica e il suo vocabolario stravolto, è testimonianza del passaggio epocale che vi è stato, che consente di cogliere in controluce anche il diverso spessore culturale e umano dei protagonisti. Con questo non si vuole rimandare ad una visione edulcorata dei conflitti, che sono sempre esistiti e spesso, sotto una superficie fatta di parole usate in punta di fioretto, erano durissimi, ma della diversa modalità interpretativa del confronto, forse anche per il fatto che i protagonisti di allora conservavano l’eco o la memoria degli effetti dell’esasperazione dei conflitti politici e sociali che avevano generato le due guerre mondiali. Ricordare Franco Cremonese, è ricordare uno dei protagonisti di quella stagione su cui ancora troppo poco si è riflettuto in modo non moralistico, e per chi stava allora dall’altra parte della barricata, anche in modo autocritico, ma su cui è necessario ritornare, non solo per restituire dimensioni inesplorate, ma anche per provare a vedere i fatti da altre angolazioni e soprattutto con giudizi meno grossolani di quelli formulati a caldo, quando i fatti avvenivano, soprattutto con lo sfarinamento della DC.

Uno dei miei primi ricordi di Franco Cremonese risale alla metà degli anni Ottanta, quando nella sua qualità di assessore ci chiamò, assieme all’amico consigliere Alberto Tomiolo, per discutere della proposta di istituzione del Parco dei Colli Euganei. Giusto qualche anno prima, nel 1983, avevamo prima immaginato e poi presentato il primo progetto di legge in tal senso e cominciato a tessere relazioni, ad organizzare incontri, a confrontarci con le realtà locali, insomma a costruire attorno alla proposta il necessario consenso. Il clima in cui ci si muoveva faceva toccare con mano un’ostilità diffusa fra gli abitanti dei Colli, fatto che ci portava a pensare che quella giusta battaglia, come molte altre fatte in precedenza ed anche dopo, non avrebbe mai dato l’esito sperato. Per questo, il fatto che Cremonese - dalle solide radici incuneate fra gli Euganei e i Berici - ci chiamasse, ci colse quasi di sorpresa, sapendo che dalla sua parte poteva contare su un’amplissima maggioranza contraria e che dunque avrebbe potuto tranquillamente ignorare la questione. Mi colpì, pensando al potere rilevante di cui già allora disponeva, la disponibilità ad ascoltarci, il tono asciutto e affabile, la concretezza al limite dell’essenzialità e, allo stesso tempo, la curiosità verso temi quale quello del nascente ambientalismo, che sicuramente non gli appartenevano, ma che avvertiva essere una novità da capire ed eventualmente da cogliere. Lui, uomo che indiscutibilmente rappresentava gli interessi più solidi di quel territorio - fatto di agricoltori, cacciatori e dei residui interessi dei cavatori, e dunque di un mondo sicuramente refrattario se non ostile al nascente ambientalismo - in quel suo dimostrare interesse a capire quali scenari si sarebbero potuti aprire passando dal consumo dell’ambiente alla sua tutela e valorizzazione, condensava l’approccio laico, doroteo nel senso della dimensione concreta della realtà in divenire, del Cremonese politico. Quella discussione, a cui ne seguirono molte altre, portò la Regione nel 1989 all’istituzione del Parco dei Colli Euganei, un fatto di per sé singolare, che solo lui, uomo dei colli, poteva avviare (sarebbe stato impensabile per un veronese o veneziano privo del necessario ancoraggio locale), non solo perché divenne il primo parco ad essere istituito nel Veneto, ma anche perché nel piano regionale indicante le aree meritevoli di protezione, non era stato mai contemplato né immaginato. Per questo è ancora più significativo il contributo dato da Cremonese, che testimonia come accanto all’uomo politico, che agli occhi di tutti noi appariva come puro gestore del potere e tutore degli interessi di rifermento, esisteva un’altra dimensione: quella del politico che potremmo definire “formatore”, ovvero che sa andare oltre la mera conservazione dell’esistente, che si dialettizza con la sua stessa base sociale, che, cogliendo i nuovi fermenti in arrivo nella società, si pone come facilitatore dei nuovi orizzonti. Pensando all’agire politico di oggi, in cui i sondaggi e l’appiattimento sull’umore delle maggioranze plasmano le scelte politiche, quella dialettica fra conservazione e pedagogismo evolutivo rappresenta un approccio mai sufficientemente esplorato di quella stagione post bellica, che porta ad interrogarsi su cosa significhi essere classe dirigente, ieri come oggi. Mostra la differenza fra una politica che si limita a lisciare il pelo agli elettori, ad assecondarli e a confermarli nei loro convincimenti, anche quando razionalmente appaiono dannosi, ed una che - come allora - non solo si accontentava di aiutarli ed accompagnarli elargendo contributi, ma sapeva fare i conti e incoraggiare le possibili nuove traiettorie della società. In questo senso Cremonese apparteneva a quella non vastissima schiera di dirigenti che talvolta, quando la regola era invece quella di accompagnare il laissez-faire, non si riducevano a mimetizzarsi dietro alle pulsioni popolari per ricavarne i conseguenti vantaggi politici, ma bonariamente (potremmo dire paternalisticamente in senso positivo), cercavano di indirizzarle. Insomma, svolgevano il ruolo di classe dirigente nel senso più profondo del termine, necessariamente più avanti del popolo che rappresentavano. Aggiungerei che tutto ciò avveniva, nel caso di Cremonese, con un tratto relazionale che poteva apparire quasi schivo, in cui la sostanza dei fatti, costruiti pragmaticamente, prevalevano rispetto alla ridondanza delle parole, che invece abbondano nel modo di essere della politica contemporanea perennemente alla ricerca dei riflettori in cui specchiarsi.

Con le elezioni del 1990, in cui la Dc, eleggendo “solo” 27 consiglieri regionali su 60, per la prima volta perde la maggioranza assoluta, fanno l’apparizione ben quattro consiglieri dei Verdi, che alle elezioni prendono un inimmaginabile il 7,12%, a cui, a testimonianza dei sommovimenti profondi che cominciavano ad manifestarsi, vanno ad aggiungersi tre consiglieri regionali della Lega, che ottiene nell’occasione il 5,91%. Sommovimenti che anticipano quelli, ben più profondi, che si manifesteranno nelle elezioni politiche del 1992. Ricordo ancora come all’inizio fossimo guardati con un misto di curiosità e sospetto. Nonostante il calo elettorale la Dc, reduce dalle precedenti esperienze di coalizione, continuava a non avere problemi particolari a formare una maggioranza politica con gli alleati tradizionali. Ma se i numeri garantivano comunque una continuità, il messaggio che le urne avevano comunicato imponeva nuove attenzioni. Fu così che Franco Cremonese, reduce dallo scontro elettorale per il primato delle preferenze (una sorta di primarie per la leadership con Maurizio Creuso, che insieme formavano i dioscuri padovani del mondo doroteo), avverte probabilmente la necessità di capire che cosa si muovesse nella società che aveva portato in Regione quattro giovani consiglieri, portatori di istanze, nella visione e nel linguaggio, radicalmente estranee all’agire del tempo. Ricordo quei primi mesi della quinta legislatura in cui Cremonese e la Dc testarono la creazione di un rapporto politico con quei quattro “corpi estranei”, aprendo le porte dell’istituzione Consiglio, e del suo ufficio di presidenza, al gruppo dei Verdi. Immagino che la stessa attenzione possa essere stata rivolta anche nei confronti della Lega di Franco Rocchetta, ma di questo non ho esperienza diretta. In questo si intravvede un’altra caratteristica di Cremonese e di quel suo mondo, ovvero l’interpretazione della politica fatta di scontri, anche duri, in cui non ci risparmiava la critica, ma allo stesso tempo fatta di processi di inclusione nelle istituzioni anche delle altre formazioni, inclusione già sperimentata anni prima con il Pci e in quel 1990 allargata anche ai verdi. Rispetto alla politica di oggi, che sbertuccia e fa terra bruciata attorno agli avversari, che occupa militarmente le istituzioni, che, come disse qualche anno dopo un ministro, “non fa prigionieri”, anche questo è un piccolo tratto distintivo di una stagione in cui probabilmente le istituzioni, nonostante il potere quasi assoluto della Dc di allora, venivano considerate patrimonio comune e luogo dell’indispensabile esercizio democratico da preservare e mettere al riparo.

Un altro piccolo episodio riguarda la discussione del primo bilancio di legislatura, in cui presentammo un emendamento per impegnare una percentuale fissa, pari al 10% della tassa sul bollo auto (allora destinata alle infrastrutture e alla correzione dei cosiddetti punti neri della viabilità), a favore dei comuni per finanziare la realizzazione di piste ciclabili. Ricordo lo stupore per una proposta che agli occhi abituati a pensare alle infrastrutture di trasporto solo in termini di nuove autostrade, terze corsie, tangenziali e camionabili, appariva banale quanto stravagante. La proposta non ebbe vita facile ma alla fine fu Cremonese che, con il consueto approccio “essenziale”, e pensando che in fondo comunque di opere si trattava, decise di inserire una proposta, identica a quella da noi presentata come gruppo dei Verdi, ad opera della giunta. Si trattò del primo stanziamento previsto in regione su una mobilità che negli anni successivi avrebbe goduto della dignità pari alle altre modalità di trasporto. Se oggi possiamo contare nel Veneto su qualche migliaio di chilometri di piste ciclabili, su una cultura della mobilità molto diversa da quegli anni Novanta, quella decisione può considerarsi una pietra miliare, frutto dell’incontro fra le suggestioni ambientaliste e il pragmatismo doroteo.

Voglio infine ricordare Cremonese come protagonista di un tentativo di rivisitazione del ruolo delle regioni a statuto ordinario, che a vent’anni dalla loro istituzione (1970) mostravano le prime crepe e i limiti nel rapporto con lo Stato. E’ sempre utile ricordare come tale esigenza di autonomia nascesse come istanza portata a galla dal sisma politico provocato dalla caduta del muro di Berlino, un terremoto politico e culturale che aveva generato speranze, liberato energie e suggestioni prima inimmaginabili. In particolare nel Veneto che, da terra di frontiera, a due passi dalla cortina di ferro, si era ritrovato al centro di nuovi possibili processi di inclusione che richiedevano maggiori libertà di azione. I primi passi di “Alpe Adria” mostrano una consapevolezza del ruolo di cerniera che il Veneto, nel frattempo cresciuto economicamente, si accingeva a rivendicare. Una rivendicazione fatta anche di necessario peso politico da esercitare nel panorama nazionale, in un partito che si presentava con il volto centralista a Roma e regionalista in periferia. Non è un caso che proprio in quegli anni affiori e si sviluppi l’idea di dare vita ad una dimensione autonoma della DC veneta rispetto alla DC nazionale, immaginando un modello di rapporti simile a quello esistente fra la CDU tedesca e la CSU bavarese. E’ proprio durante la presidenza Cremonese, nonostante il suo essere uomo dal linguaggio parco, estraneo alla retorica aulica di molti leader del tempo, che prende corpo una battaglia autonomistica che ancora oggi caratterizza la nostra Regione: la rivendicazione di maggiori competenze. E’ infatti nel 1991 che viene approvata dal Consiglio Regionale la proposta di “Referendum consultivo in merito alla presentazione di proposta di legge statale per la modifica di disposizioni concernenti l’ordinamento delle regioni”, una proposta successivamente cassata dalla Corte Costituzionale, che però evidenziava la tensione crescente con il potere centrale che si manifestava con la rivendicazione di nuove e più incisive modalità partecipative della comunità regionale alle scelte nazionali che la riguardavano. La battaglia per l’autonomia di questi anni si può dire cominci allora, quando il potere centrale comincia a mostrare i suoi limiti e la classe dirigente regionale riscopre la strada indicata dall’articolo 5 della Costituzione. Non è un caso che a supportare giuridicamente quella stagione, Cremonese avesse voluto, assieme al Presidente del Consiglio regionale Umberto Carraro, il prof. Livio Paladin, già Presidente della Corte Costituzionale, che sull’autonomismo tanto ha dato al pensiero dell’intero Paese. Questa sua capacità di tenere assieme le istanze di mondi semplici come quello contadino, a cui si sentiva profondamente legato, e questo bisogno di coltivare anche istanze a lui meno congeniali, considerate “alte”, fanno di Cremonese un figlio di una politica che, anche laddove si sentiva padrona del gioco, allo stesso tempo era attenta a non strafare e sentiva il bisogno di essere supportata dal sapere e dalla conoscenza, elementi indispensabili nella ricerca di prospettive da affiancare al pragmatismo della gestione del potere. Era un partito, quella Dc, in una società in cui l’intermediazione dei corpi sociali avveniva attraverso agenzie della rappresentanza, che sentiva il bisogno di offrire una presenza politica ai mondi dell’impresa di allora (artigiani e agricoltori in particolare, a cui apre le porte del Parlamento o del Consiglio regionale) ma che allo stesso tempo sentiva il bisogno di presenze intellettuali in grado di dare valore e qualità alla rappresentanza.

Non va dimenticato come i fermenti che venivano maturando in terra veneta sulle grandi questioni del regionalismo, abbiano prodotto la prima conferenza delle Regioni Italiane, alla presenza del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, in quell’isola di San Giorgio, a Venezia, che è stata in più occasioni teatro delle iniziative regionali.

Ovviamente, il ricordo del 1992 rimane impresso in modo indelebile in chi sedeva sui banchi di quel Consiglio, sia per il terremoto politico che ne è scaturito - e che si è trascinato fino al completamento della legislatura nel 1995 ed oltre - sia per le vicende umane delle persone direttamente coinvolte, Cremonese compreso, persone che avevamo combattuto e di cui cercavamo la sconfitta politica, ma mai quella umana. Si è trattato di una vicenda per certi aspetti tragica, un cambio di pagina di una storia quarantennale, in cui al paese è stato offerto il sacrificio simbolico di una intera classe dirigente, comprese persone che solo a distanza di anni, e dopo aver pagato un prezzo enorme sul piano morale, umano e politico, è stata riconosciuta l’estraneità e l’innocenza: quella penale ma non quella politica, cancellata per sempre. E come sempre accade in questi casi, mentre le inchieste occupavano pagine e pagine dei giornali ed ore ed ore dei servizi televisivi, le assoluzioni finivano ridotte a trafiletti che mai avrebbero potuto risarcire la persona e l’istituzione che il presunto reo, come nel caso di Franco Frigo, aveva dovuto abbandonare da Presidente. Non sono mancati gli arresti di colleghi, con la condanna emessa a mezzo stampa e successivamente completamente prosciolti, che per chi li conosceva, compresi noi che stavamo all’opposizione, e che avevamo potuto conoscerli nella dimensione familiare della loro casa e del loro stile di vita, erano apparse fin da subito vittime di una violenza figlia di un abbaglio o di un abuso. Con la lucidità che lo caratterizzava, Cremonese nel dimettersi dal Consiglio regionale il 31marzo del 1993, invita i colleghi “e, attraverso di loro la gente, a guardare a queste vicende senza nascondersi gli errori che possono essere stati commessi, ma ricordando anche che ci sono valori a rischio come la dignità delle persone e la libertà del cittadino. Quando l’opinione pubblica, giustamente alla ricerca della verità, viene portata a sommarie condanne, nemmeno i processi domani e possibili più meditate valutazioni ridaranno giustizia e rispetto.”.

Il giudizio su quelle vicende, come ha ricordato il celebrante in occasione dei funerali di Franco, oltre a quello di Dio, sarà chiamato a darlo la storia, quando la polvere sarà calata e si potranno leggere i fatti e fare una valutazione su quel periodo e sulle persone coinvolte, liberati dai sentimenti umani e dalle emozioni che necessariamente rendono meno “oggettivo” il nostro ricordo, ma anche meno condizionati dalle strumentalità della politica e delle sue esigenze. Ma è sempre Cremonese, nella sua lettera di dimissioni, ritenendosi estraneo alle accuse ad affermare con grande lucidità: “sul piano politico, invece, il giudizio che conta è quello degli elettori, cioè della gente. E la gente mi ha giudicato non per specifiche azioni bensì per l’appartenenza ad un sistema di potere, la degenerazione del quale è sotto ai nostri occhi.”.

Passata quella tempesta, ho avuto modo di incontrare Franco Cremonese qualche altra volta, anche quando la malattia cominciava a manifestarsi, e di lui conservo il ricordo di un uomo che non sembrava animato da nessun rancore, che raccontava delle sue scalate andine o delle sue navigazioni adriatiche. Che parlava di futuro e non di passato, probabilmente convinto, pur nei possibili errori commessi, di aver servito, nelle forme che riteneva idonee, la sua Regione e le tante persone semplici, che anche in occasione dei funerali non hanno mancato di mostrargli riconoscenza.

 

 

Ivo Rossi

 

Padova, 29 ottobre 2018

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