L’autonomia da Galan a Zaia. Il Veneto verso il referendum (1)

leonNegli ultimi settant’anni il Veneto, da terra d’emigrazione, è diventato grande. E’ cresciuto grazie all’intelligenza e alla laboriosità di chi ha saputo creare impresa, di chi ha inventato i distretti industriali, di chi ha generato benessere creando lavoro, di chi con la valigetta in mano è andato alla ricerca di nuovi mercati. Allo stesso tempo, quella società così vitale ha affidato alle istituzioni - in cui ha allevato una parte dei propri figli affidando loro le funzioni di comunità - il compito di organizzare l’infrastruttura del bene comune, fatta di piattaforme industriali, di reti di comunicazione, di strutture dei servizi, di sanità e di servizi di prossimità gestiti dagli enti locali, connotate tutte dalla ricerca di efficienza. Accanto, ma quasi in simbiosi, ha sviluppato l’infrastruttura del risparmio e del credito a servizio della crescita.


Quella stagione ha dato all’Italia fra le migliori risorse del Veneto, da Mariano Rumor a Lina Merlin e a Eugenio Gatto, da Luigi Gui a Tina Anselmi, da Costante Degan a Mario Ferrari Aggradi a Toni Bisaglia, e si potrebbe continuare a lungo.
Il Veneto è cresciuto insieme all’Italia contribuendo a cambiare l’Italia.

Appartenere al Veneto è stato motivo di orgoglio di chi sapeva che stava contribuendo ad una grande storia italiana. Così come oggi appartenere all’Italia, pur dentro le difficoltà, significa impegno per rendere più giusta e forte l’Europa.
Appartenere, parola che si declina al futuro, che sa fare i conti con le sfide del tempo presente, che nella versione della Lega è diventata appartenere ad una comunità impaurita, che non vede altra strada se non quella dei passi indietro, della chiusura in se stessa.
Appartenere ad una comunità consapevole che la forza che sconfigge la paura sta dentro all’Europa, l’unico spazio al mondo in cui i valori della democrazia sono un faro che guida i naviganti nel mondo della globalizzazione, che porta invece altre parti del mondo nella direzione di pericolose scelte autoritarie.

Quale Veneto vogliamo? Questa è la sfida. La sfida di un progetto alto, che indichi strade per il futuro, che non provi nostalgia per il tanko al campanile di San Marco, perché questo, da simbolo di una terra e di un popolo che ha tratto la sua forza stando nel mondo, è stato trasformato in un simbolo triste e melanconico di isolamento disperato.

La sfida che la Lega vorrebbe mandare in onda, è quella angosciata di chi non ha una visione di futuro, che agita il rancore e la frustrazione, generati dall’isolamento in cui si vuole portare il Veneto e dalle sconfitte a cui l’ha consegnata quella classe dirigente, rappresentata da due figure che negli ultimi vent’anni si sono scambiate il ruolo di Presidenti del Veneto e di ministri provenienti dal Veneto, con l’intermezzo in cui l’uno è stato il vice dell’altro.
Ma in questa lunga stagione, che parte dal 1995 e arriva ad oggi, non è che non sia successo nulla: sono state scritte alcune fra le pagine più tristi del tradimento collettivo operato dalle classi dirigenti di tutto il paese, come quel Mose, che a dispetto del nome non ha nulla di salvifico e che ha scoperchiato un sistema di corruzione istituzionalizzata. Quel sistema è il timbro che certifica, all’ombra della rivendicazione dell’autonomia, un esercizio spregiudicato del potere e di sperpero del denaro pubblico. Il timbro che certifica l’eterogenesi dei fini.
E’ in questa stagione che si consolida, in un mix di collusione e raggiro, la grande truffa delle banche popolari che fino a pochi giorni prima dell’inizio dello scandalo si battevano contro la trasformazione e l’apertura alla trasparenza e al mercato, rivendicando orgogliosamente un percorso autonomo, un loro presunta diversità, il loro essere fieramente al servizio del territorio. Lontane da Roma e dalla matrigna Europa che imponeva vincoli di bilancio, quell'Europa che ha scoperchiato il vaso di Pandora del furto compiuto ai danni del Veneto. Un Veneto che si è fidato di altri veneti che hanno usato i loro soldi per venetissimi amici.
Pagine nuove di questo ventennio si scrivono ogni giorno, arricchite di particolari che raccontano come, dietro alle benedizioni domenicali elargite nelle sagre paesane e impartite diuturnamente in occasione dei nastri solennemente sforbiciati, anche per la sistemazione dei vetri rotti di una finestra, si consumassero improbabili disegni di opere finanziate con la finanza creativa. Opere che oggi, come la Pedemontana, gravano sul bilancio delle famiglie venete e compromettono il nostro territorio, senza vantaggi per le comunità che non potranno godere di interventi aggiuntivi e nemmeno degli sgravi di pedaggio promessi con lo spergiuro.
Tre opere, assieme agli ospedali realizzati con la stessa finanza creativa, che incorniciano gli ultimi 22 anni di governo fra Galan e Zaia, e restituiscono un’immagine del Veneto logorato dalle troppe parole spese nella rivendicazione di nuovi poteri e ubriacato dal racconto sulle sorti meravigliose e progressive attese con l’avvento del giardino dell’Eden. Una regione che di volta in volta ha bisogno di nemici contro cui far marciare le truppe nella direzione di “Roma ladrona”, oppure di costruzioni mitologiche che assumono, sempre di volta in volta, l’abito del federalismo, della secessione, dell’indipendenza, della devolution, dell’autonomia/indipendenza. Un’ubriacatura di proclami necessari per cancellare il purgatorio quotidiano di una terra che paga fino in fondo i limiti e il fallimento politico e culturale di quel gruppo di potere che, protetto dall’ombra del campanile di San Marco calcava, nella stagione dei governi Berlusconi, i palazzi romani con spavalda fierezza e arroganza.
Galan e Zaia, campioni assoluti della stagione delle “ciacoe”, il primo temuto e riverito quando era potente e ora, dopo aver fatto a gara per sedersi vicino, vigliaccamente misconosciuto e rimosso, il secondo campione dell’illusionismo di governo. I due, al termine di una cavalcata ventennale, lasciano il Veneto e le sue istituzioni senza un progetto vero, oltretutto appesantito da una zavorra fatta dai miliardi del denaro pubblico buttato con il Mose, le banche, la Pedemontana e i tanti piccoli rivoli del familismo in salsa leghista.

Ivo Rossi

1. continua

Leggi anche: Verso la Venexit - Il referendum del 22 ottobre

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