Cesare Crescente, il sindaco, le cliniche sopra le mura e gli interessi dei baroni e delle imprese

copertinadefIeri, in una sala Paladin gremita, è stato presentato dal direttore del Mattino di Padova, Paolo Possamai e da Giorgio Roverato, il lavoro di Paolo Giaretta e Francesco Jori dedicato alla figura di Cesare Crescente, sindaco di Padova dal 1947 al 1970, che ha visto una partecipazione, seppur in tempi elettorali, che dimostra come l’interesse per la nostra storia talvolta stimoli più di quello per il presente. Fuggendo alla retorica celebrativa, che come troppo spesso accade, rischia di portare alla beatificazione dei protagonisti,

gli autori indagano sulla storia di Padova e su quello che ne è stato il protagonista principale, soffermandosi sull’epoca della ricostruzione e della rinascita economica, mettendone in evidenza la visone progettuale, il rigore amministrativo che lo ha caratterizzato e anche i limiti che lo hanno portato ad adottare decisioni che si sarebbero rivelate negative per la città. In questo senso si tratta di un contributo importante per capire la nostra storia recente, che ci aiuta a capire che cosa siamo oggi e allo stesso tempo le modalità con cui gli interessi della rendita parassitaria abbiano potuto orientare un sindaco, che nonostante l’età, si è rivelato un innovatore nel disegnare le traiettorie della città, che ancora oggi, non va dimenticato, si rivelano fondamentali per il benessere generato. Valga per tutte la decisione di realizzare la grande zona industriale, pianificata e disegnata, nonostante il dramma delle centinaia di famiglie contadine espropriate, fondando la scelta sulla consapevolezza dei benefici futuri che avrebbero aiutato Padova ad uscire dalla dimensione puramente commerciale e dalla rendita di intermediazione. Anche se pensata e realizzata, perché non si poteva lasciare campo libero a Verona e a Vicenza che si stavano muovendo nella stessa direzione, fu una decisione di cui essere ancor oggi grati, e che a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta aveva fatto di Padova il cuore del Veneto.

Ma il lavoro di Giaretta e Jori si sofferma senza reticenze anche su quelle che sono state le due decisioni che hanno inciso più negativamente sull’organizzazione della città e sulla sua ‘imago urbis’: il tombinamento delle riviere, che con la scomparsa delle acque ha cancellato il senso della forma della città e ha portato all’occultamento dei “ponti romani” - testimonianza duratura della sua grandezza millenaria - e la realizzazione delle cliniche universitarie sopra le mura del 1500. 

Sul tombinamento, che ha cancellato la storia del rapporto plurisecolare della città con l’acqua, si sono scritte innumerevoli pagine. Mi soffermo invece sul capitolo dell’ospedale, che sintetizza il peso nelle scelte dell’allora baronato della facoltà di medicina e il peso dei costruttori e dei portatori della rendita fondiaria, nell’orientare le scelte nel proprio privatissimo ed esclusivo interesse. E il tutto avvenne nonostante la città si fosse dotata, fra le prime in Italia, di un piano regolatore che prevedeva la realizzazione del nuovo ospedale in zona Montà. E’ interessante rileggere quelle pagine perché si nota come quella scelta fosse in stridente conflitto con l’innovazione introdotta nel disegno e nella visione generale. Eppure successe. Le lobby furono in grado di lavorare ai fianchi i soggetti più fragili che concorrevano alla decisione pubblica. E Crescente non fu in grado, probabilmente per il peso delle lobby del mattone e degli interessi della corporazione medica, ad organizzare il futuro della sanità e della scienza medica orientate all’interesse generale come avrebbe voluto. 

Quella dell’ospedale, d’altra parte, è sempre stata questione in cui, ancor oggi, si scontrano micro e macro interessi delle imprese organizzate, nella difesa delle posizioni acquisite e dello snodo degli interessi più conservativi della classe medica. Anche allora i progetti raccontati nascondevano plastici interessi, senza nemmeno il pudore di giustificare e mitigare un intervento che avrebbe comportato la distruzione della cinta muraria del 1500 e l’interramento del canale Alicorno assieme alla distruzione di parte del giardino Japelliano. 

L’ospedale, d’altronde, è sempre stato al centro delle strategie della città. In alcuni periodi la visione generale, figlia di una città aperta e di figure libere e non condizionabili, è riuscita a prevalere. E’ il caso della realizzazione dell’ospedale Giustinianeo, promosso dal vescovo Giustiniaiani, uomo libero e attento solo al valore dell’uomo e alle attenzioni che gli erano necessarie nel bisogno, che decise di spostare l’ospedale da via San Francesco a dov’è oggi. Una scelta allora di innovazione che, come afferma il Cerato nella sua relazione, doveva essere sottratto al “tumulto della città”. 

Quella fu una scelta innovativa, figlia di una idea della città e del ruolo che avrebbe voluto svolgere; mentre quella degli anni ’50, una scelta che paghiamo ancora e che rischia di condizionarci per i prossimi decenni. 

Giaretta e Jori, con il loro rigoroso racconto, ci aiutano in questo senso anche ad inquadrare le vicende contemporanee, compreso il valore dell’etica pubblica che deve guidare chi amministra, senza diventare strumento degli interessi organizzati.

Come recita un’iscrizione posta a Dubrovnik sopra la porta del palazzo del Rettore: “Obliti privatorum, publica curate” “dimenticate gli interessi privati e curate quelli pubblici”  Crescente, anche negli errori, si può dire avesse assunto come faro questa indicazione.

Insomma una lettura, il lavoro di Giaretta e Jori, che può aiutare anche i protagonisti di oggi.

Ivo Rossi

Salboro 17 giugno 2017

 

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