Città della Speranza: all'inizio c'erano i bambini malati

cittasperanza ivoAll’inizio ci furono i bambini malati.
Non si comprende il dibattito di questi giorni attorno alla Città della Speranza senza riandare a quel febbraio 2007 quando nella sede vescovile viene sottoscritto l’atto con cui la Zip, guidata allora dal compianto Angelo Boschetti, cede alla Fondazione 10 mila metri quadrati, all’interno dell’area CNR della zona industriale, su cui edificare la torre in cui concentrare la ricerca pediatrica. Si trattava di un atto il cui valore, quanto a contributo pubblico, era valutato pari a 1.870.000 euro, che sanciva il concorso pubblico di Comune, Provincia e Camera di Commercio ad uno dei più nobili degli obiettivi. Quell’atto, come condizione irrinunciabile, vincolava la cessione alla funzione pubblica della torre e della ricerca che vi si sarebbe svolta.
E’ una premessa indispensabile per aiutarci a capire cosa sta accadendo oggi, a spiegare quelle che a prima vista potrebbero sembrare divergenze personali, ma che con tutta evidenza sono originate da una diversa visione del ruolo del pubblico e delle risorse pubbliche nel rapporto con il privato.


Con quella cessione, accanto ai vecchi benemeriti soci fondatori della Città della Speranza (che con l’aiuto del prof. Zanesco e del direttore dell’azienda Braga, nel 1996 avevano realizzato la nuova struttura dell’oncoematologia pediatrica), si affianca l’entusiastico coinvolgimento corale di una comunità che con l’ingresso di soci pubblici, dal Comune alla Provincia, dalla Camera di Commercio all’Università e, con il decisivo ingresso della fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo decideva che quella sarebbe diventata una missione di tutta la città. E mettere d’accordo tutti gli enti non fu certo impresa facile, come i conflitti e i continui scontri degli ultimi tre anni drammaticamente testimoniano.
Con la cessione dell’area e con cospicui finanziamenti, quelle istituzioni non solo concorsero ma crearono le condizioni per promuovere il coinvolgimento della città tutta (basti pensare a Run for children e a Swim for children), manifestazioni in cui decine di migliaia di persone sono diventate protagoniste, si sono sentite partecipi di un progetto che rendeva onore alla città.
Il sostegno pubblico si realizzava con l’impegno a trasferire nella torre tutte le attività di ricerca e diagnostica avanzata, che significava la cessione in comodato d’uso gratuito di ben 9000 metri quadrati al Dipartimento di pediatria, dunque con un ruolo decisivo di Università e Azienda Ospedaliera. Insomma, una bellissima sinergia pubblico-privata, in cui il pubblico mette a disposizione risorse e competenze per creare una struttura unica nel suo genere in Italia: una casa della ricerca e dei ricercatori, un’occasione per far crescere e valorizzare uno dei più grandi patrimoni prodotti dalla nostra università al servizio della sofferenza dei bambini.
Lo stesso Istituto di Ricerca Pediatrica Città della Speranza, nato come filiazione della fondazione madre, quale risposta alle esigenze poste dalla Fondazione Cassa di risparmio per poter continuare ad erogare i decisivi cospicui contributi, è un altro esempio che testimonia il ruolo pubblico, certificato dalla presenza nel consiglio di amministrazione, accanto a 4 soci fondatori privati, del Rettore (e dunque della massima espressione dell’Università), del direttore generale dell’Azienda Ospedaliera e del Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio. Una volta di più la plastica manifestazione del ruolo e dell’impegno pubblici. Questa articolazione e il relativo statuto (che oggi viene messo sul banco degli imputati), sono stati scritti e meditati con il concorso dei migliori giuristi della nostra università, di più consigli di amministrazione della stessa e di due Rettori. Per tutto ciò leggere oggi che quelle scritture, che sanciscono gli impegni e il patto fra pubblico e privato e le condizioni in cui si opererà, sarebbero all’origine di inefficienze e disfunzioni, lascia un profondo amaro in bocca, perché immeritati sia per una scuola giuridica che merita tutto il nostro rispetto, sia per una governance dell’ateneo che, in passato, ha mostrato di saper difendere efficacemente il punto di vista universitario.
Se questo è il contesto in cui è cresciuta la partecipazione pubblica ad una straordinaria avventura, non va neppure dimenticato anche il concorso decisivo del Comune di Padova, che durante l’amministrazione 2004-2014, non solo con la cessione dell’area e con l’organizzazione di un’infinità di manifestazioni pubbliche, ma anche con l’esenzione dell’IMU sulla torre per un valore annuo di 90 mila euro, indirettamente determina un ulteriore contributo annuale per il nobilissimo obiettivo. Una rinuncia giuridicamente possibile solo tanto in quanto la ricerca che si svolge all’interno della torre ha carattere pubblico, cosa che non sarebbe stata possibile se si fosse trattato di ricerca di privati, come una qualsiasi azienda può fare con capitali propri; così come non sarebbe stato possibile a Fondazione CaRiPaRo far erogare un mutuo pluriennale a semplici privati a condizioni molto vantaggiose utili per la costruzione dell’edificio. Troppo comodo fruire di tutte queste facilities pubbliche e poi inneggiare al privato efficientista!
Dal dibattito di questi giorni si può intuire che le tensioni, al di là dei messaggi sbrigativamente sgraziati che adombrano problemi di efficienza dei ricercatori e dei risultati conseguiti, riguardino chiaramente la torsione privatistica, e dunque proiettata all’utile d’impresa, di una missione che con l’ingresso del pubblico nella fondazione aveva assunto ben altre finalità. Un problema a cui le dimissioni di Stefano Bellon sembrerebbero rimandare. Legittimo che la ricerca privata possa arruolare tutti i “Messi” del mondo pagandoli fior di quattrini, possa funzionare come una fabbrica guidata da un padrone, possa produrre utili e dividendi per chi la promuove, ma il contesto pubblico in cui questa “impresa” si è sviluppata, dovrebbe suggerire maggiore rispetto e prudenza. Rispetto anche nei riguardi di quei ricercatori, che in altri contesti vengono acclamati come eccellenze, una delle risorse principali per il futuro della città e che contribuiscono al riconoscimento dei primati della università di Padova certificati dall’Anvur. Riconoscimenti che certificano che si può fare ricerca di qualità anche in ambito pubblico.
Per questo meriterebbero non solo maggiore rispetto, ma anche la consapevolezza che l’Università si fonda sulle loro competenze, sulla loro dedizione, che mette la ricerca al servizio dei bambini e la loro salute. Un obiettivo di cui non ci si dovrebbe mai dimenticare, in particolare da parte di chi ha responsabilità pubbliche.

Ivo Rossi

Padova 18 marzo 2017

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