Il cors'Ivo: la solitudine, le cause giuste e gli anniversari che ci ricordano le promesse di ieri

pistaaLeggo con interesse la dichiarazione di Bitonci in cui afferma che sull’ospedale a Padova ovest ”Ormai ne parla solo Ivo Rossi”. Non posso escludere sia vero, o almeno così sembrerebbe, visti i silenzi di tanti che in questi anni hanno condiviso quella scelta fondata su un’idea della città, sul riequilibrio delle sue funzioni, e sul ruolo della sua sanità proiettata in chiave regionale e nazionale. Silenzio, ancora più assordante, se si riavvolge il nastro del film degli ultimi quattro anni e si rivedono i fotogrammi con i giudizi su Padova est.
A questo proposito giusto oggi ricorre un anno dalla caduta di Bitonci, mandato a casa dai suoi per aver promesso l’ospedale nuovo su vecchio, diventato per strada, prima via Corrado e infine Padova est. Localizzazione che in questi giorni sembra riprendere quota per la soddisfazione dei favorevoli di ieri e, devo dire in modo sorprendente, anche di molti oppositori che con fierezza l’avevano combattuta per l’infelice collocazione e per il balletto delle aree che aveva destato qualche sospetto.

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Rassegna stampa. Il mio ricordo di don Dino

IMG 6717Rassegna stampa da La Difesa del Popolo, il mio ricordo di don Dino Breggion. "[...] Don Dino, lo sentivamo uno di noi. Veniva da Fossaragna, un piccolo borgo in mezzo ai campi ai piedi dell’argine di Bovolenta, e in una realtà dalle solide radici contadine come quella di Salboro, anche lui si sentiva a casa sua. Si parlava lo stesso linguaggio. Si stendeva il frumento ad asciugare davanti al sagrato della chiesa, a Salboro come a Fossaragna.

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Grazie, don Dino. Salboro non dimentica il suo sacerdote cooperatore

don Dino BreggionDon Dino Breggion, il cappellano che nei primi anni ’60 ha cominciato la sua vita sacerdotale a Salboro, ci ha lasciato. Rendergli un compiuto omaggio per ringraziarlo del lungo impegno pastorale e umano è per me difficile, perché il nostro rapporto, iniziato negli anni sessanta, ha vissuto per lunghi anni solo nel ricordo. Solo verso la fine degli anni ’90 ci siamo reincontrati in quel di Santa Margherita d’Adige, ed è stato come se due persone che non si vedevano ormai da decenni, avessero conservato un invisibile filo che le univa e consentiva loro di parlare come si fossero lasciate solo qualche giorno prima.

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Il sottopasso di Montà: storia di un'odissea amministrativa e di una piccola rivoluzione della mobilità cittadina

sottopassoMontaLa vicenda del sottopasso di via Bezzecca, che lunedì sarà inaugurato dal sindaco Giordani, merita una piccola riflessione, che va al di là della legittima soddisfazione per le decine di migliaia di persone che, per decenni, hanno dovuto pagare il loro tributo in tempo di vita dedicato alle sbarre chiuse del passaggio a livello. Merita, perché racconta emblematicamente la complessità e le difficoltà che si incontrano nella realizzazione delle opere pubbliche, difficoltà fatte di risorse finanziarie quasi sempre scarse o insufficienti, di aree da acquisire per la realizzazione dell’opera, di gestione delle gare d’appalto dove le carte bollate diventano paletti fra le ruote, e di cantieri in cui gli imprevisti tecnici sono dietro l’angolo.
L’eliminazione del passaggio a livello comincia a diventare tema concreto, e non solo aspirazione, verso la fine degli anni ’90, quando le Ferrovie e la Regione cominciano a condividere un programma volto all’eliminazione delle fratture che dividono i territori in tanta parte della nostra regione.
Anche il passaggio a livello verso Montà entra a far parte del programma del sistema metropolitano ferroviario regionale. Dal punto di vista temporale l’amministrazione che guida la città è quella di Giustina Destro.

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Il Kosovo, la Catalogna e noi. Quando il calcio veste la maglia della politica

IMG 6330Quando la secessione catalana, come riportato ieri sul principale quotidiano nazionale, viene raccontata con leggerezza attraverso la parabola del calcio, e la possibile futura partecipazione a due distinti campionati di Real Madrid e Barcellona viene banalizzata sostenendo che: “In fondo anche il Kosovo oggi ha una sua nazionale”, è evidente che siamo di fronte alla perdita di senso delle parole. E’ come se le tragedie dell’ultimo quarto di secolo non avessero insegnato nulla.

Il richiamo al Kosovo, dove esiste ancora oggi un contingente ONU (carabinieri italiani compresi) a garanzia della pace, rimanda al delicato racconto di Gigi Riva (più volte richiamato in questi giorni): "L'ultimo rigore di Faruk", che, attraverso il calcio, le sfide fra Dinamo Zagabria e Stella Rossa di Belgrado, racconta i tamburi di guerra, dapprima fra le tifoserie, poi fra gruppi di ultras e infine nei campi di battaglia dove risuonava il fragore delle armi, che hanno portato poi alla dissoluzione della ex Jugoslavia.

Una vicenda, quella della disgregazione della Jugoslavia, di cui sono stato testimone in un lontano e freddo 23 dicembre del 1990, quando, in qualità di osservatore internazionale, ho assistito al voto e alle successive operazioni di spoglio del plebiscito per l’autonomia della Slovenia dalla Jugoslavia. Una giornata passata fra i seggi della città e delle campagne dove si respirava l’odore acre del fumo prodotto dal carbone che usciva dai camini.

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