Nuovo su Tavecchio per andare oltre la s(Ventura)ta eliminazione

J. LowL’hanno fatto tutti. Sono stato persino amichevolmente rimproverato di occuparmi d’altro mentre il dramma nazionale dell’eliminazione dell’Italia si consumava. Inutile dire che la delusione è stata grande, che mai nel corso della nostra vita cosciente (nel ’58 ero infante) avevamo assistito ad un mondiale senza la nostra nazionale.  Lo faccio ora, probabilmente unendomi al coro delle banalità di quelli del giorno dopo, per dire che quella eliminata era una squadra, dal presidente Tavecchio all’allenatore Ventura, che non mi ha mai emozionato, che è sempre sembrata priva di idee.

Che ripeteva sempre lo stesso schema, che non dava mai l’impressione di un guizzo di fantasia, di poter andare in porta, ad eccezione, nell’ultima partita, di alcuni tocchi deliziosi di El Shaarawy, calciatore rimasto nel cuore dei tifosi padovani e non a caso tenuto in panchina. Nella squadra dal volto anonimo, del calciatore qualunque, la fantasia e il genio non potevano che essere banditi.  

Quella squadra non è mai esistita, fin dall’inizio si è rivelata un modesto assemblaggio di giovani acerbi cooptati accanto ai senatori sopravvissuti. E’ la metafora di come vanno le cose in tanti ambienti della nostra Italia. E’ stata una squadra costruita e guidata all’insegna della mediocrità. Tavecchio, che già nel cognome contiene la radice che nega il nuovo, è stata la scelta di burattinai che preferivano coltivare i propri affari nell’ombra, lasciando ad una figura senza qualità, dalle poche e incerte parole, il compito di rappresentare la federazione. Ventura, attinto fra quegli allenatori che non sono mai andati oltre la salvezza, era la raffigurazione dell’italiano medio, quello che fa sentire anche all’ultimo della gradinata di essere pure lui all’altezza della situazione. Un allenatore privo di visione del gioco, senza un’idea di come affrontare anche l’avversario più brocco. Insomma l’allenatore che fa sentire che ognuno di noi può essere collocato al vertici del calcio.

Della squadra, scelta e messa in campo da un allenatore che si fa riprendere da De Rossi perché dimostra di non avere capito la chiave della partita, è difficile dare un giudizio, perché con un presidente ed un allenatore che della mediocrità hanno fatto la loro cifra, anche il più grande campione viene risucchiato nel vuoto cosmico. E di campioni non che se ne vedessero tanti, a parte qualcuno, magari tenuto in panchina.

Insomma siamo alla metafora di un paese e della stagione che stiamo vivendo. Tavecchio e Ventura, eroi moderni della democrazia calcistica, in cui tutti possono aspirare a fare tutto, in cui non serve investire sul talento, in cui la scuola e la formazione sono inutili perdite di tempo, ed essere bravi è quasi visto con sospetto.

Probabilmente dobbiamo ripartire da qui, da un cambio radicale che investa il nostro attuale modo di essere, quel populismo dell’uomo qualunque che dal calcio alla politica sembra essere diventata ideologia egemone.

In Germania e ormai in molti altri paesi, il calcio è scuola, formazione e selezione dei talenti. In Italia è il caso a dettare legge. Proprio perché bisogna imparare da chi sa far meglio di te, qualche anno fa avevo accompagnato apposta i dirigenti della nostra squadra biancoscudata nella città gemellata di Friburgo (nella foto con l’allenatore della nazionale tedesca Joachim Löw) , ad incontrare i dirigenti di quella squadra; una squadra senza grandi mezzi economici che ha fatto della formazione, del vivaio e della selezione dei migliori, un filosofia per poter giocarsela con le squadre più forti della Bundesliga. Un esempio che vale tanto più oggi, per il Padova e per l’Italia.

Ivo Rossi

Padova, 15 novembre 2017

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