Della leale collaborazione fra Stato-Regioni all’epoca del Coronavirus

In questo tempo sospeso, in cui è messo a dura prova, con le strutture e il personale sanitario del nostro Paese, anche il nostro sistema economico, e in cui tutti siamo chiamati a vivere “distanti” dal nostro prossimo (scoprendo quanto sia importante la dimensione sociale del vivere comune, anche per chi professava il primato dell’io), anche le istituzioni fanno i conti con uno stress test, che chiama in causa i fondamenti della leale collaborazione che dovrebbe caratterizzare i rapporti fra lo Stato, le Regioni e le autonomie.
Dopo l’iniziale disorientamento collettivo di fronte a un fatto inedito, immenso, non previsto, come quello del Covid-19, che ha fatto trovare tutti impreparati, dopo le iniziali parole inadeguate, figlie della telenovela da campagna elettorale permanente, è stata la pubblica opinione a reclamare parole univoche, che aiutassero a capire che cosa ci stava capitando.

Abbiamo riscoperto il valore della scienza e quello delle parole pronunciate dai competenti. Abbiamo scoperto che ‘uno non vale uno’, che la cura va affidata a mani esperte. Abbiamo cercato fari che illuminassero la via. Per molti probabilmente il professor Brusaferro è diventato la bussola che alle ore 18 ci fornisce il nostro orientamento quotidiano in questo mare tempestoso, così come molti medici, parchi nelle parole e immensi nell’impegno quotidiano, sono diventati fonte di rassicurazione a cui rivolgere la nostra gratitudine.
L’equilibrio delle parole, con il loro valore e la loro importanza, sembra invece non essere ancora entrato nei registri di molti attori delle nostre istituzioni, mostrando, con la loro leggera inadeguatezza, molte debolezze del nostro sistema istituzionale e le qualità umane degli attori. A dire il vero, lo sono state anche a livello internazionale dove, dopo l’iniziale dileggio verso le misure assunte nel nostro Paese, via via tutte le altre nazioni, anche quelle che negavano la pericolosità del virus, stanno adottando gli stessi provvedimenti.
Proprio il rapporto fra lo Stato e le Regioni, delicatissimo snodo a cui è affidata la nostra salute, che in un contesto “sano” dovrebbero funzionare come parti dello stesso organismo, mostrano invece linee di frattura, proprio nel momento in cui è richiesto loro il massimo di cooperazione e di unità d’intenti.
Se ci si sofferma a leggere in questi giorni le esternazioni di molti Presidenti delle Regioni, pur consapevoli della situazione di stress straordinario cui sono sottoposti quotidianamente, non si può non notare un eccesso di toni sopra le righe, e come ognuno si attribuisca ruoli e poteri che rimandano a stravolgimenti di disposizioni costituzionali e delle regole più elementari nella formazione delle decisioni e della loro trasmissione. Nessuno può ragionevolmente immaginare che le diverse sensibilità politiche possano essere annullate. Tuttavia ai rappresentanti delle istituzioni viene richiesto un di più: ci si confronta anche duramente in quelle che una volta venivano definite le sedi preposte, rispettando le competenze che la Costituzione assegna ad ogni articolazione dello Stato, e si comunica ai cittadini che hanno bisogno di indicazioni in modo rispettoso e il più univoco possibile.
Può una comunità reggere a lungo una così marcata competizione fra istituzioni, a dispetto della necessaria leale collaborazione?
Prendiamo le dichiarazioni di un Presidente. Ne uso una fra le più blande, lasciando perdere quelle dichiaratamente di sfida politica nei confronti del governo.
“Io ieri ho passato il pomeriggio (domenica) a cercare di avere i dispositivi di protezione individuale dai produttori in giro per il mondo, perché il sistema di protezione civile nazionale non riesce a fornirle nemmeno agli operatori sanitari.” Cosa comunica questo messaggiko al cittadino non abituato a fare i conti con le competenze? Che lo Stato non funzionerebbe e che lui, proprio lui personalmente, ha dovuto intervenire facendo direttamente le telefonate per sbloccare la situazione! Ora, se davvero le sorti di quel sistema regionale fossero nelle mani delle telefonate del Presidente, come cittadino sarei molto preoccupato, perché significherebbe che la struttura amministrativa regionale è sfasciata. E sono certo non sia così.
Secondo aspetto, le competenze in materia di gestione e approvvigionamento sanitario sono in capo alle Regioni e la Protezione Civile, che viene messa sotto accusa, in realtà supporta e coordina i diversi attori nelle fasi di emergenza.
Oggi è richiesta a tutti una maggiore responsabilità, perché a pagare le conseguenze della babele dei linguaggi e delle “sparate”, come quelle che rimandano all’introduzione di limitazioni delle libertà, costituzionalmente inimmaginabili, rischiano di essere proprio le autonomie.
In questo senso le Regioni, a cinquant’anni dalla loro istituzione, possono invece concorrere a ricostruire su nuove basi il rapporto con lo Stato, con la consapevolezza che se su alcune materie possono essere aumentate le loro competenze, su altre, la gestione unitaria, tanto più in frangenti eccezionali, si rivela necessaria e indispensabile.
Oggi è richiesto a tutti, cittadini e istituzioni il massimo di responsabilità sociale perché nessuno, neanche le istituzioni locali, si possono salvare da sole.
Ivo Rossi
17 marzo 2020

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Chi sono

Sono nato il 18 marzo 1955 a Padova dove vivo con mia moglie Franca. Sono laureato in Scienze Politiche con voto 110 su 110 e lode, con una tesi sugli istituti di democrazia diretta.

Sono dirigente della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per gli affari regionali e le autonomie dove mi occupo di autonomie speciali e del negoziato per l’attuazione dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione, in materia di autonomia differenziata delle regioni a statuto ordinario. Faccio parte della Commissione Tecnica per i fabbisogni standard di comuni e regioni e della segreteria tecnica della Comitato per la Banda ultra larga. 

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